Cos'è il Diritto del Lavoro?

Il Diritto del lavoro è una branca del diritto, che disciplina i rapporti giuridici che si costruiscono attorno al mondo del lavoro e del lavoratore.

Il diritto del lavoro si riparte in:

-   Diritto privato del lavoro, comprendente la materia oggetto del contratto e del rapporto di lavoro;

- Diritto sindacale, concernente la disciplina dei rapporti sindacali, la contrattazione collettiva, l'autotutela sindacale (sciopero, serrata etc.);

- Diritto pubblico del lavoro, comprendente le norme che regolano i rapporti tra lo stato, i datori e prestatori di lavoro e le norme in materia di previdenza e assistenza sociale.

L'oggetto della materia riguarda la disciplina dei rapporti di lavoro e del rapporto tra datore di lavoro e lavoratore.

Il rapporto di lavoro tra datore e lavoratore si caratterizza per due aspetti: a) giuridico, entrambi sono soggetti liberi ed uguali; b) economico, il lavoratore è posto in un posizione di inferiorità rispetto al datore di lavoro, che fa di lui il contraente più debole.

La posizione di debolezza del lavoratore deriva dal fatto di essere subordinato al potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro, e dalla disoccupazione che caratterizza il mercato del lavoro.

Le norme del diritto del lavoro hanno l'obiettivo di ridurre la posizione di inferiorità o subordinazione del lavoratore, assicurando allo stesso nei rapporti con il datore di lavoro il rispetto delle proprie condizioni economiche.

Il Diritto del lavoro nasce pertanto per tutelare i lavoratori nei confronti dei datori di lavoro che sono su un piano sostanziale in posizione dominante rispetto ai primi. Per questo motivo tutte le norme del diritto del lavoro sono inderogabili (non ammettono eccezioni) in modo peggiorativo (principio della inderogabilità in peius) da parte dei due contraenti privati. Mentre è prevista la possibilità di condizioni migliori rispetto a quelle previste dalla legge (derogabilità in melius).

Il diritto del lavoro pertanto assolve una funzione di garanzia nei confronti del lavoratore attraverso norme inderogabili sia dalle parti del rapporto di lavoro che dai soggetti investiti delle funzioni di rappresentanza delle categorie professionali, ossia delle associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori.

Cosa sapere

Il contratto a tutele crescenti

Il contratto a tutele crescenti è una forma di contratto, introdotta con il jobs act che sostituisce la disciplina del licenziamento del contratto a tempo indeterminato.

Prima del Jobs act, l'art. 18 dello statuto dei lavoratori prevedeva che, in un'azienda con almeno 15 dipendenti quando un lavoratore veniva licenziato in modo illegittimo, aveva diritto alla reintegrazione.

Oggi, qualora si verificasse un licenziamento illegittimo da parte di un'azienda, il lavoratore non ha più diritto alla reintegra del posto di lavoro ma bensì ad un indennizzo che cresce con l'anzianità di servizio. Tuttavia nei casi di licenziamento discriminatorio, nullo o inefficace, continua ad applicarsi la vecchia disciplina, ossia viene prevista la reintegra del posto di lavoro.

Tali tipi di contratti producono un vantaggio anche alle imprese che, per i primi 3 anni di assunzione, potranno beneficiare di un'agevolazione fiscale.

A chi si applica il contratto a tutele crescenti

Tale tipologia contrattuale si applica ai neoassunti a tempo indeterminato a partire dal 7 Marzo 2015 o ai lavoratori assunti a tempo indeterminato a seguito di conversione di un contratto determinato o di apprendistato, agli operai, impiegati o quadri, eccezion fatta per i dirigenti.

Dal punto di vista delle aziende, qualsiasi di esse può applicare tale tipologia di contratto di lavoro, nelle ipotesi in cui abbia più di 15 dipendenti o quando ne abbia un numero inferiore.

Licenziamento discriminatorio, nullo o inefficacie

Differenze retributive

La retribuzione è il corrispettivo della prestazione fornita dal lavoratore subordinato a favore del datore di lavoro. Essa è un diritto tutelato costituzionalmente, così come si evince nel primo comma dell'art. 36 della costituzione: "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa".

Pertanto, ciascun lavoratore ha diritto ad una retribuzione che deve essere proporzionata al lavoro effettivamente svolto, e ciò a prescindere da quanto indicato all'interno del contratto di lavoro o dalle buste paga rilasciate dall'azienda anche se firmate.

Se un lavoratore dipendente abbia svolto mansioni superiori o del lavoro straordinario, festivo, o non abbia percepito la 13° o 14° mensilità, scatti di anzianità, o ancora non abbia goduto di almeno 26 giorni di ferie annui, non abbia percepito per intero il TFR, ha diritto a richiedere il pagamento di tutte ledifferenze retributive che sono maturate nell'ambito del rapporto di lavoro.

A seguito del licenziamento, il reintegro del posto di lavoro è previsto solo in ipotesi tassative (articolo 2 Jobs act):

- licenziamento discriminatorio, cioè per motivi religiosi, politici, di razza, sesso, età, partecipazioni sindacali;

- nullo, ossia inflitto durante i periodi di tutela;

- per motivo illecito;

- intimato con la sola forma orale;

- in difetto di giustificazione, cioè nelle ipotesi in cui il lavoratore venga licenziato per motivi di disabilità fisica o psichica.

In tali ipotesi, matura anche il diritto ad un'indennità risarcitoria la cui entità è pari alla somma delle buste paga che dovevano essere percepite dal lavoratore dal giorno del licenziamento sino al giorno del reintegro, somma diminuita nell'eventuale ipotesi in cui in tale periodo il lavoratore abbia prestato un'altra attività lavorativa. Oltre a tale indennità l'azienda è tenuta a versare anche i contributi previdenziali.

Il lavoratore non è comunque obbligato a tornare al lavoro, fermo restando l'indennità risarcitoria il lavoratore alternativamente al reintegro può chiedere un'indennità pari a 15 buste paga.

PREVIDENZA SOCIALE

Cos’è la previdenza sociale? Semplice è una rendita mensile  che lo Stato riconosce a tutti i lavoratori nel momento che per motivi di età o di salute smettono di lavorare, per tutti molto più familiare con il nome di pensione.

Quindi nel momento che un lavoratore raggiunge un’età anagrafica e contributiva stabilita per Legge che gli permetta di smettere di lavorare, oppure è temporaneamente o permanentemente inabile al lavoro, acquisisce automaticamente il diritto a questa rendita vitalizia, che ha anche il carattere di reversibilità, ossia in caso di morte dell’avente diritto questo viene acquisito dal coniuge o dai figli (solo se minorenni, studenti o inabili al lavoro). Questa rendita si costituisce nel corso della vita lavorativa di una persona, che versa mensilmente (ed obbligatoriamente) una somma di denaro allo Stato e analogo versamento viene anche effettuato dal datore di lavoro. Questi fondi vengono raccolti dagli Enti Previdenziali, che sono principalmente due: l’INPS per i lavoratori del settore privato e l’INPDAP per i lavoratori del settore pubblico.

STUDIO LEGALE AVVOCATO LUCIO VINCENZO IAZZETTA

P.IVA 08394681210