Licenziamento, diritto al risarcimento del danno nei casi di contestazione disciplinare invalida

Aggiornato il: 2 ago 2018

Qualora venga licenziato un lavoratore a seguito di una contestazione disciplinare resa in maniera alquanto non chiara e precisa, lo stesso ha diritto a poter chiedere il risarcimento del danno subito.

Ciò che si verifica, in pratica, è la mancata possibilità per il lavoratore di potersi difendere di fronte ai fatti che gli vengono addebitati con espressioni che, non facciano comprendere al lavoratore quali siano le intenzioni della parte datoriale.

Per il datore di lavoro non è necessario che tali fatti addebitabili, siano istruiti seguendo una certa modalità prestabilita, è pertanto possibile utilizzare qualsiasi forma per l’addebito, purché sia efficace a consentire al lavoratore di individuare in maniera netta i fatti contestati, in modo tale da dargli la possibilità di fornire una risposta con le giustificazioni al suo comportamento scorretto.

Con la Sentenza n° 13677/2018, la Corte di Cassazione Sezione Lavoro, ha espresso tale principio, con la quale ribadisce un orientamento già espresso sulle procedure da seguire quando un'azienda effettua un licenziamento disciplinare applicando l'art. 7 dello Statuto dei Lavoratori (L. n° 300/1970).

L'addebito disciplinare ha natura sanzionatoria, e può essere considerato come il fatto addebitato al lavoratore qualora compia dei comportamenti scorretti.

Deve essere espresso con contenuti chiari e precisi, che non lasciano dubbi. Non è valida una contestazione dalla quale non si è in grado di individuare il fatto materiale addotto a fondamento della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo.

L'addebito dei fatti, è comunque preventivo rispetto all'atto di licenziamento. Quest'ultimo è considerato illegittimo quando non viene dato modo al lavoratore di potersi difendere dai fatti contestati, oggetto dell'addebito.

Inoltre dovranno passare almeno 5 giorni dal ricevimento della contestazione prima di comminare qualsiasi sanzione, in modo tale che in quest'arco temporale possono essere sentite le difese del lavoratore, che può farsi assistere e rappresentante da un Avvocato.

Nel caso di specie, oggetto della sentenza, un’azienda aveva licenziato un lavoratore dipendente dopo avergli contestato alcuni comportamenti disciplinari.

Il lavoratore soccombe nel primo grado di giudizio e ricorre alla Corte d’Appello che gli riconosce l’illegittimità del licenziamento.

Per i giudici di secondo grado era infatti stato violato l’art. 18 del CCNL applicato al lavoratore, che richiamava interamente la disciplina del potere disciplinare e quindi dell’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori.

L'azienda ricorre per Cassazione, respingendo quest'ultima i motivi di impugnazione.

Avv. Lucio Vincenzo Iazzetta



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